Arte e storia
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Il centro di Novi Velia è ubicato su un colle coltivato a uliveti che si protende alle falde del Monte Sacro a dominare verso occidente sia i territori comunali di Vallo della Lucania, Pellare, Moio della Civitella e Cannalonga, sia la vallata attraversata dall'Alento e dai suoi affluenti, da cui anticamente giungevano insidiose incursioni e a controllo della quale nel Medioevo venne appunto costruito il Castrum de Valle Novi, l'odierna Castelnuovo Cilento. Il nome del paese, presente nel "Catalogus Baronum" semplicemente come Novi, derivato probabilmente dal latino novus, fu usato in questa forma sino al 1862, quando venne unito al determinativo Velia, nome di un antico insediamento sito lungo la costa del Cilento, i cui abitanti, messi in fuga dai Vandali, sarebbero appunto riparati nell'entroterra dove avrebbero dato vita a un "nuovo" villaggio. La prima notizia documentata dell'esistenza di Novi si trova in un diploma del 1005 con cui il principe di Salerno Guaimario IV fa dono dei suoi possedimenti a Luca, abate del monastero di Santa Barbara sito in territorio "de Nobe", località importante per la sua posizione strategica, già valorizzata dagli Enotri e poi dai Lucani, che permetteva di controllare le vie del Badolato e il passo di Cannalonga, che introduce al Vallo di Diano attraverso la cosiddetta Via del Sale e collega quest'ultimo comune all'area velina. I normanni Umfredo e Guglielmo d'Altavilla, che avevano esteso i loro possedimenti al Cilento, non potendo controllare questa importante area, da Sicignano spostarono la Curia a Novi affidandola al fedele Guglielmo de Magnia, ossia de Alemagna, membro di quella nobile famiglia che a lungo detenne il potere sulla baronia novese, una delle tre in cui era diviso il Cilento, e che all'epoca comprendeva le "terre" di Novi, Cuccaro, Gioi e Magliano, in seguito ridotte da Federico II alla sola Novi. Al tempo della Guerra del Vespro (1298) il borgo di Novi vide il proseguimento dei lavori di costruzione del nuovo palazzo feudale, che, iniziato da Guglielmo di Marzano, andò a sostituire il vecchio castello longobardo, donato ai Celestini assieme al santuario dedicato alla Vergine sul Monte Sacro, precedentemente acquistato dal barone Tomaso di Marzano, i cui successori detennero sotto il regno di Giovanna II lo "Stato di Novi", ridottosi ancor più nel suo territorio dopo che la regina ebbe ceduto Cuccaro al principe di Lipari. Ma la Congiura dei Baroni, cui parteciparono anche i Marzano, portò al sequestro dei loro beni e così Novi fu venduta dal re al suo maggiordomo Berlingieri, della famiglia Carrafa, che ne mantenne il possesso sino al 1513, anno della morte di Giulia, moglie di Camillo Pignatelli, il cui figlio Ettore smembrò l'antico "Stato", venduto infine da un suo successore nel 1614 al genovese Giacomo Zattara. Nel 1647 Gironimo Carrata resse la baronia in qualità di tutore della nipote, la principessa Eleonora, che sposatasi a Novi, rimase presto vedova e morì senza eredi. All'avocazione alla corona del feudo seguì la vendita a Flavio Orsini, duca di Gravina; ma la baronia tornò alla famiglia Zattara con Gaetano nel 1682. Un suo discendente, Ottavio, ottenne il titolo di marchese (1752). Quest'ultimo, morto nel 1764 lasciò i suoi beni al figlio Giuseppe, che detenne il potere sino alla soppressione del regime feudale.
La lunga e complessa storia di Novi Velia trova un riflesso nelle testimonianze artistiche che ancora oggi parlano eloquentemente dell'illustre passato di questo borgo. A parte il Castello feudale residenza del barone Tomaso di Marzano, oggi adibito ad abitazione privata, e il più antico castello longobardo, trasformato dai Celestini in Seminario, il passato di Novi rivive soprattutto negli edifici religiosi, primo fra tutti la Parrocchiale. Essa, istituita dai Longobardi tra il VII e l'VIII secolo, ricorda nel nome, Santa Maria dei Lombardi (o dei Longobardi). questa sua remota origine. Tale denominazione le fu imposta intomo al IX secolo per distinguerla dall'altra Chiesa, Santa Maria dei Greci, oggi scomparsa, fondata dai Basiliani riparati qui dalla Sicilia occupata dagli Arabi. L'attuale Chiesa di Santa Maria dei Lombardi (nella foto in basso a destra: particolare del polittico "Madonna con Bambino" in Santa Maria dei Lombardi), fondata intorno al Mille, presenta una facciata in stile settecentesco, mentre l'interno appare più propriamente d'impronta rinascimentale. Tale aspetto è il risultato delle numerose trasformazioni subite dalla chiesa, che tuttavia ricorda le sue più remote origini nella cripta di stile bizantino, le cui volte risultano oggi decorate da affreschi risalenti al XVIII secolo e raffiguranti la Lavanda dei piedi e l'Ultima cena. La chiesa, con pianta a croce latina, fu comunque eretta a ridosso della cinta muraria longobarda, con funzioni anche di difesa. Inizialmente a una sola navata con tetto a capriate (sostituito agli inizi del Settecento da un soffitto ligneo con dipinti), essa fu dotata in data imprecisata di due navate laterali in cui sopravvivono ancora tracce di affreschi risalenti al 1584. Fra i dipinti che l'adornano spicca un pregevole polittico d'ispirazione raffaellesca raffigurante una Madonna con Bambino. Alla metà del XVII secolo risale invece la Cappella dei Carafa, eretta lungo la navata destra per volontà del vescovo di Capaccio, Tommaso Carafa, e dedicata a Santa Maria di Costantinopoli, la cui effigie campeggia al suo interno. Tra il XVI e la fine del XIX secolo la chiesa funzionò come cattedrale, allorché alcuni vescovi scelsero Novi come loro residenza abitando il Palazzo vescovile annesso al quale si trova la Cappella di San Pietro in Vincoli.I Basiliani, oltre a fondare una chiesa di rito greco, promossero altresì il culto dei santi orientali, fra cui San Nicola che divenne patrono del paese e a cui fu dedicata una cappella simbolicamente eretta a protezione delle anime di fianco alla torre longobarda che dalla sommità del colle di Novi difendeva militarmente l'abitato. Proprio accanto alla torre i Longobardi edificarono a loro volta un'altra cappella intitolata a San Giorgio. Entrambe le chiese, abbattute nel corso del Trecento, furono ricostruite dai Celestini e funzionarono sino a tutto il XVI secolo, allorché Santa Maria dei Lombardi soppiantò sia Santa Maria dei Greci che San Nicola rimanendo l'unica parrocchiale. Attualmente della maestosa Chiesa di San Giorgio e della vecchia Parrocchiale di San Nicola non restano che alcune tracce inglobate in edifici privati: solo il campanile romanico di San Giorgio svetta Antica Torreancora sul paese, recentemente restaurato e trasformato in Torre civica.
Coi suoi 1705 metri d'altezza il monte Gelbison è la cima più alta del Massiccio del Cilento e anche una vera e propria oasi naturale, coperta per lo più da castagni e da faggi secolari, e abitata da numerose specie animali. Ma soprattutto esso è, per antonomasia, il Monte Sacro, la vetta consacrata dagli angeli, il luogo in cui sorge il Santuario della Madonna di Novi Velia, nato proprio in quello splendido teatro naturale dove, in un'epoca remota e imprecisata, ebbe luogo il miracoloso ritrovamento di una statua lignea raffigurante la Vergine col Bambino. La tradizione vuole che a scoprirla siano stati due operai che lavoravano sul monte a una chiesetta, le cui mura trovavano al mattino successivo regolarmente disfatte. Per cogliere in flagrante il misterioso distruttore essi decisero di vegliare nottetempo portandosi dietro per cibo un agnello, che però scappò nel fitto del bosco. Lanciatisi all'inseguimento dell'animale, essi lo trovarono belante, disteso davanti all'ingresso di una grotta, nella quale i due operai rinvennero l'effigie della Madonna. Nella realtà storica è però difficile determinare con esattezza l'inizio del culto di tale immagine, che comunque si suppone essere cominciato prima del Mille. La primitiva cappella edificata sul luogo dell'evento miracoloso e di cui s'ignora l'anno preciso di costruzione può essere altresì messa in relazione ai santuari detti delle "Sette Sorelle", sorti nel territorio compreso fra il litorale di Velia e l'interno cilentano tra XI e XIV secolo e contraddistinti dal comune culto mariano. La statua oggi venerata nel santuario non è più quella originaria, bensì il risultato di successivi rimaneggiamenti che hanno di molto alterato l'effigie altomedioevale ricavata in un unico pezzo di legno, la quale potrebbe inizialmente essere stata un idolo pagano, forse un'immagine di Atena, che gli abitanti di Velia, fuggiti dalla propria città distrutta dai Vandali, avrebbero nascosto nella grotta indicata dalla tradizione e in cui la fede popolare avrebbe riconosciuto la Madre di Dio. Più probabile appare l'ipotesi, formulata anche da Pietro Ebner, che l'immagine fosse opera di alcuni monaci greco-italici, verosimilmente dei Basiliani, che avrebbero abitato il santuario prima dell'arrivo dei Celestini nel 1323. In ogni caso il santuario era già famoso agli inizi del Trecento, quando il barone Tomaso di Marcano, fece dono della Cappella del Gelbison ai membri di quell'ordine, unitamente all'antico palazzo feudale, che essi trasformarono in seminario. Tra il Cinque e il Seicento i Celestini ristrutturarono e ampliarono il santuario aggiungendovi altre costruzioni, fra cui il viadotto che circonda la chiesa e che viene a tutt'oggi percorso dai pellegrini in occasione delle rituali processioni annuali. Nel 1709 fu ultimata la facciata in pietra della chiesa, mentre una profonda opera di restauro e di rimodernamento fu compiuta a partire dalla metà del XIX secolo, quando sorse l'ospizio per i pellegrini, i quali affluivano sempre più numerosi. Fu questa la ragione che spinse agli inizi del Novecento a un ulteriore ampliamento della chiesa, che assunse l'attuale aspetto basilicale a tre navate coperte da volte. Nell'abside fu sistemato l'altare marmoreo, proprio in corrispondenza della nicchia che accoglie il gruppo ligneo della Vergine col Bambino coperto di preziosissimi ex-voto.
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Ultimo aggiornamento (Domenica 31 Maggio 2009 00:09)
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